Rinascere ogni giorno: la storia di Francesca

Rinascere ogni giorno: la storia di Francesca

Sono Francesca, ho 34 anni e sto studiando per diventare Disability Manager. Come tante altre ragazze della mia età, sognavo una vita fatta di viaggi e avventure, ma la mia strada è iniziata un po’ troppo presto e un po’ troppo in salita.

A 15 anni ho cominciato a notare alcuni problemi di salute che non riuscivo a spiegare, finché, dopo sei anni, è arrivata la diagnosi: tumore all’iposifi. L’operazione fu inevitabile, con i suoi effetti collaterali: tutto si fermò di colpo, anche il mio corpo.

Un’emorragia aveva leso alcune aree del mio cervello, compromettendo quelle che controllano il movimento e la muscolatura, lasciandomi ciò che gli altri vedono, ossia l’incapacità di muovermi e comunicare totalmente. Ricordo quei  giorni come un incubo infinito: non sapevo che cosa mi stesse accadendo, non riuscivo a fare niente e man mano perdevo tutte le funzioni. Dal trattenere gli sfinteri, deglutire, tenere in mano una forchetta, al provare emozioni, fino a perdere il piacere di vivere. Muovevo solo gli occhi, ero prigioniera nel mio stesso corpo.

Nonostante tutto, però, dentro di me sapevo che non poteva finire così.

Dopo 45 giorni in cui non avveniva nessun miglioramento, il forte attaccamento alla vita riemerse e grazie  al supporto di medici,  psicologi, fisioterapisti e logopedisti,  arrivarono i primi  progressi. Nel giro di un mese ho cominciato a muovere i primi passi e a riacquistare la parola. Ho dovuto riapprendere tutto da capo: come coordinare i movimenti degli arti, come respirare correttamente. Era come se fossi tornata neonata, ma in un corpo di una ventunenne, costretta a re-imparare ogni cosa, anche le emozioni.

Tornata dai ricoveri, mi confrontavo con le ragazze della mia età e le vedevo vivere una vita “normale”, mentre io non riuscivo a immaginare di poter fare altrettanto. Ho capito che dovevo trovare un nuovo equilibrio e quindi, un passo alla volta, sono tornata a lavorare.

Le proposte di tirocinio o le attività lavorative poco stimolanti non mi soddisfacevano: non imparavo nulla di nuovo e questo mi faceva sentire bloccata, facendomi perdere l’autostima acquisita con tanta fatica. Non ho problemi cognitivi e sentivo il bisogno di fare attività che mi impiegassero anche mentalmente. Ancora una volta la mia testardaggine è venuta in mio soccorso: ero decisa, dovevo trovare la mia strada. Qualcosa era scattato: per dieci anni ho pensato che la mia vita fosse ormai definita dalla fisioterapia e dovessi partecipare solo ad attività nate per persone con disabilità, che non ci fosse spazio in me per altro. Poi ho cominciato a chiedermi: perché dovrei considerarmi solo disabile, se tutto ciò che faccio assomiglia sempre di più a una vita normale, magari non perfetta (che poi, cosa vuol dire perfetta?) ma con le stesse passioni e desideri?

Ho cercato quindi di capire chi fossi davvero, sperimentandomi in diversi campi come lingue, make-up, cake design, armocromia. Ho provato di tutto per cercare la mia strada, ma ho anche imparato a ridere di me stessa e della disabilità, senza mai mancare di rispetto a ciò che ho vissuto e provato. È stato un percorso lungo, fatto di piccole evoluzioni, ma in quel viaggio ho ritrovato la mia sicurezza.

Il miglioramento è stato lento, ma continuo: ho rifatto la patente e ho riniziato a lavorare in una cooperativa. Proprio in questo contesto, ho partecipato a un percorso di formazione per futuri Disability Manager. Durante gli incontri, ho raccontato la mia storia e, parlando della mia esperienza, mi sono resa conto che durante  l’avanzamento del mio naturale percorso ho acquisito una sensibilità particolare verso chi ha bisogno di aiuto, caratteristica fondamentale per chi desidera diventare Disability Manager.

Quando ero su un letto di ospedale, non pensavo mai troppo al futuro e immaginare di vivere da sola era un’utopia. Mi concentravo solo su quello che potevo fare in quel momento, lavorando per piccoli step: “Oggi non riesco a lavarmi da sola, ma posso cominciare ad allungare le braccia“, e così via, fino a ri-conquistare la mia indipendenza.

Nel momento in cui ho iniziato a considerarmi una persona “normale”, ho trovato la forza e l’autostima necessarie per iniziare nuovi progetti: ho iniziato a vivere da sola, ho trovato un lavoro stabile, ho rifatto la patente sempre con il supporto reciproco tra me e mia mamma: lei mi ha vista morire e rinascere più volte e so che è fiera di me e io sono orgogliosa di avere una mamma come lei.

Oggi ascolto il mio corpo, lo rispetto, ma non gli pongo limiti. Non so cosa mi riserverà il futuro, ma una cosa è certa: continuerò a fare tutto, un passo alla volta. Non tutto subito, ma tutto, perché ho imparato che passo dopo passo si può arrivare ovunque.