Qual è il ruolo della società civile nel processo di giustizia riparativa?
La giustizia riparativa (restorative justice) è un approccio che consiste nel considerare il reato principalmente in termini di danno alle persone, per cui l’autore/autrice del reato è chiamato/a a rimediare alle conseguenze lesive della sua condotta. Tratto distintivo della giustizia riparativa è l’essere un processo relazionale: mette al centro il dialogo tra vittima, autore e comunità, con il supporto di facilitatori/mediatori, per riparare il danno e ricostruire legami, non solo per punire.
A Lecco, da quattordici anni, questo approccio è stato portato avanti grazie al lavoro dell’Innominato – Tavolo lecchese per la Giustizia Restorativa, un gruppo di cittadinanza attiva e di organizzazioni del terzo settore. Qual è stato il ruolo della cittadinanza? Lo hanno raccontato Bruna Dighera, membro del Tavolo lecchese per la giustizia restorativa, mediatrice esperta e formatrice, psicologa e psicoterapeuta, con Alberta Cariboni e Franco Lozza, cittadini partecipanti al Tavolo.
Una comunità che rende giustizia
“Una comunità può contribuire a costruire o a ricostruire un sentimento di giustizia laddove esso è stato violato. Può partecipare al ripristino di relazioni giuste laddove qualcuno ha agito danni e ha generato sofferenze e dove qualcuno quei danni e quelle sofferenze li ha subiti”. Secondo Bruna Dighera, il ruolo della comunità è fondamentale perché bisogna considerare che le conseguenze di un crimine non sono solo immediate sulla vittima, ma hanno ricadute più ampie.
“Il crimine crea sfiducia, crea desiderio di vendetta e in ultimo rancore – spiega Dighera –. Una comunità è quindi chiamata a non restare indifferente e a non delegare completamente la propria parte, nel rispetto dei ruoli di tutti gli altri. È chiamata a riconoscersi corresponsabile, a saper ascoltare il dolore, a rispondere ai bisogni, a non lasciare sole le persone vittime di reato e, allo stesso tempo, a non isolare né escludere chi i reati li ha commessi, ma ad accompagnarli in percorsi significativi di responsabilizzazione e riparazione”.
La comunità è quindi chiamata a rispettare la dignità di tutte le persone, sapendo però anche “dove stare” di fronte all’ingiustizia e al danno: “Se sai dove stai, puoi anche chiamare gli altri a sapere dove stare”, racconta Dighera.
In questo è fondamentale il ruolo delle cittadine e dei cittadini che partecipano al Tavolo dell’Innominato e ai percorsi di giustizia restorativa. Lo racconta Alberta Cariboni: “È stato grazie alla giustizia riparativa che mi sono resa conto di avere, in realtà, poca considerazione per le vittime. Solo quando le ho incontrate e ascoltate nelle pratiche riparative mi sono accorta di quanto avessi paura di ascoltare le loro storie”. Per Cariboni, l’importanza della partecipazione della cittadinanza alla giustizia riparativa sta innanzitutto nel cambiare la postura culturale dei cittadini: “Ho potuto cambiare completamente il mio punto di vista e conoscere meglio le dinamiche dei conflitti, dei reati e i vissuti delle persone recluse, degli offensori e delle vittime. Come cittadina posso incontrare, spesso senza saperlo, offensori e vittime tra i vicini di casa, sul lavoro o al supermercato. Avere un po’ di esperienza su questi temi, credo possa far stare meglio tutti”.
Anche Franco Lozza ha testimoniato il valore del suo essere cittadino all’interno delle pratiche riparative: “Nelle pratiche mi ha colpito il coraggio delle vittime e dei rei, che dopo un anno, 10 anni, 30 anni di sofferenza o di galera, sentono il bisogno di una giustizia delle relazioni che può avvenire solo nella ricostruzione dei legami. Che ha bisogno del suo tempo, a cui non basta una sentenza o un beneficio. Io cittadino sono parte di quei legami e ho scoperto che parte di quel bisogno appartiene anche a me”. E conclude: “Quando un reo alla fine di un percorso riparativo mi ha chiesto: “Ma secondo te io ritornerò a delinquere?“. Io gli ho risposto: “Non lo so. Ma adesso, sia io che te, sappiamo che se ciò dovesse succedere, sarà ancora più intenso il dolore e la responsabilità che ci cadrebbe addosso””.

