L’”Innominato”: l’esperienza di una città restorativa
La nascita e lo sviluppo del percorso che ha portato al riconoscimento del Centro per la giustizia riparativa
La sera del 23 maggio 2012, in occasione del ventennale della strage di Capaci, al Teatro Francescano di Lecco venne portata la prima dello spettacolo “Alle 2 i monaci tornano in convento” realizzato dalla Compagnia Teatrale Penitenziaria Stabile Assai della Casa di Reclusione di Rebibbia (Roma). L’iniziativa, proposta dall’Associazione Comunità Il Gabbiano e promossa dal Comune di Lecco insieme a numerose realtà associative del territorio, nacque come proposta culturale e di commemorazione.
La partecipazione della cittadinanza fu molto alta e circa 200 persone restarono fuori dal teatro: un segnale che non passò di certo inosservato. Di fronte all’interesse di una comunità desiderosa di interrogarsi sul senso della giustizia, “un gruppo di noi, un po’ incoscienti, tutto su base volontaria, ha cominciato a camminare. Ci siamo incontrati, ci siamo guardati in faccia, abbiamo cominciato a conoscerci, a capire che cos’era la giustizia, ma soprattutto come dovevamo disfare le ingiustizie”. Sono le parole di Lucio Farina, direttore del Centro Servizi per il Volontariato di Lecco–Monza–Sondrio che ha preso parte, ormai quattordici anni fa, all’avvio di questo percorso insieme a Bruna Dighera, psicologa e psicoterapeuta che fin dall’inizio portò l’esperienza sul tema della giustizia riparativa, tema che conosceva dalla fine degli anni 80, quando questo paradigma fu inserito nel nuovo processo penale minorile su ispirazione di Gaetano De Leo, docente di criminologia all’Università La Sapienza di Roma, con cui collaborava.
Città restorativa: le pratiche nel sociale
Al Tavolo lecchese per la giustizia restorativa, chiamato “L’Innominato”, presero parte cittadini e cittadine, giovani, professionisti e professioniste, enti del Terzo settore, associazioni e istituzioni pubbliche (tra cui il Comune di Lecco, il servizio Informagiovani, la Casa circondariale, l’UEPE, il serD…). Da qui si avviò un lavoro di informazione e sensibilizzazione attraverso eventi culturali e pubblici, con l’obiettivo di chiarire e rendere accessibile il paradigma della giustizia restorativa.
“Per diversi anni, abbiamo cominciato a lavorare sul fronte della sensibilizzazione della cittadinanza, attraverso eventi e iniziative culturali”, racconta Farina. Il punto di maggior interesse fu la messa in campo di pratiche restorative nel penale e nel sociale: “L’obiettivo era costruire una visione di città restorativa (restorative city), una città che provasse a gestire anche in un altro modo le conseguenze dei crimini e i conflitti sociali”.
La pratica restorativa prevede il coinvolgimento di tre parti: chi subisce un danno (vittima), chi lo causa (autore) e la comunità. La “città restorativa” è quindi una città che prova a guardare ai conflitti ascoltando chi ha subito il danno e intercettando situazioni critiche anche grazie al ruolo di volontari e volontarie, che partecipano come vere e proprie “antenne” sul territorio e diffondono l’esperienza del Tavolo.
“Negli anni abbiamo affrontato conflitti nei quartieri, nelle scuole, nelle aziende, nelle organizzazioni stesse”, prosegue Farina. “Non da ultimo, durante la pandemia abbiamo lavorato sul conflitto in diverse forme, prima affrontando la sofferenza e la paura che la malattia aveva generato, ma anche il senso di ingiustizia legato a chiusure e aperture o alla necessità del Green-Pass e infine alle fratture che questi processi avevano prodotto tra le persone e nei gruppi”.
Questa pratica di giustizia restorativa, i RestoCovidCircles, applicata all’esperienza della pandemia da Covid–19 è stata ed è tuttora oggetto di attenzione a livello europeo e internazionale.
Le pratiche nel penale e il ruolo della comunità
Il terzo fronte di lavoro venne avviato nel 2016, quando il Tavolo iniziò a realizzare pratiche nell’ambito penale, ancor prima della riforma Cartabia, facendo incontrare vittime, e autori di reato e cittadini/e affinché potessero ascoltarsi e dialogare.
Si attivarono così i Gruppi a Orientamento Riparativo (GOR), a cui i servizi della giustizia inviavano autori di reato in fase di esecuzione della pena. “Abbiamo cominciato a lavorare con l’UEPE (Ufficio di esecuzione penale esterna) con cui abbiamo avviato percorsi dedicati ad autori di reato”, ha raccontato Farina. “La differenza rispetto ad altre esperienze è che, laddove si può, coinvolgiamo anche cittadini e cittadine formati allo sguardo restorativo: loro rappresentano un pezzo di dialogo e di ricucitura, perché sono la comunità con cui l’autore di reato deve tornare a confrontarsi”.
L’esperienza dell’Innominato mostra che la Restorative Justice non è un’idea astratta, ma una pratica possibile. Quando la comunità si riconosce come parte del conflitto e della sua soluzione, la giustizia diventa un modo concreto di abitare insieme lo stesso territorio.

